NON SONO GLI OSTACOLI. È COME LI ATTRAVERSI.
- Giada Valmonte
- 5 mar
- Tempo di lettura: 3 min
“Lungo il percorso incontrerai ostacoli.
Cosa farà la differenza?
Il tuo atteggiamento.
Come deciderai di reagire.”
Questa frase è semplice.
Quasi banale.
Eppure, se la osserviamo con uno sguardo psicologico, dentro c’è un concetto enorme.
Perché gli ostacoli non sono un’eccezione.
Sono parte strutturale dell’esperienza umana.
L'ostacolo non è il problema
Nella clip si vede un piccolo personaggio che cammina e davanti a lui compare un buco.
Un ostacolo improvviso.
È una metafora potente.
Nella vita i “buchi” sono:
un esame andato male
una relazione che finisce
una critica ricevuta
un errore sul lavoro
un rifiuto
un momento di ansia intensa
una ricaduta
Il punto non è se incontreremo un buco.
Il punto è cosa facciamo quando lo vediamo.
Ci fermiamo?
Scappiamo?
Ci arrabbiamo?
Ci diciamo “ecco, lo sapevo, non sono capace”?
Oppure proviamo ad attraversarlo?
Tra evento e reazione c’è uno spazio
In psicologia parliamo spesso di questo:
tra ciò che accade e ciò che facciamo c’è uno spazio.
In quello spazio si colloca:
il significato che attribuiamo all’evento
il dialogo interno che attiviamo
lo schema che si accende
la modalità che prende il controllo
Non è l’ostacolo a determinare automaticamente il nostro comportamento.
È la nostra interpretazione.
Davanti a un fallimento può attivarsi:
“Sono un incapace.”
o
“Finirà sempre così.”
o
“Dovevi fare meglio. Non vali abbastanza.”
Ma se è la parte più matura di te a prendere spazio, il dialogo cambia:
“È un ostacolo. Fa parte del percorso. Posso capire cosa non ha funzionato e riprovare.”
La differenza non è nell’assenza di difficoltà.
È nella qualità della risposta.
L’illusione del controllo
Spesso crediamo che stare bene significhi eliminare i problemi.
Ma la regolazione emotiva non consiste nel controllare il mondo esterno.
Consiste nel modulare la risposta interna.
Non possiamo evitare:
che qualcuno ci deluda
che qualcosa non vada come previsto
che il corpo attivi ansia
che emergano emozioni scomode
Possiamo però lavorare su:
come leggiamo l’evento
quanto ci identifichiamo con il fallimento
quanto spazio diamo alla nostra autocritica
quanto riusciamo a restare presenti invece che reagire in automatico
Reagire non è automatico. È appreso.
Molti dei nostri modi di reagire sono stati costruiti molto presto.
Se da piccoli l’errore veniva criticato, svilito o punito, oggi potremmo reagire con vergogna intensa.
Se l’errore veniva ignorato, potremmo reagire con evitamento.
Se la fatica non veniva accolta, potremmo reagire con autosvalutazione.
L’atteggiamento non è solo una scelta razionale.
È un sistema appreso nel tempo.
Ma la buona notizia è questa:
può essere modificato.
Non è “pensiero positivo”. È flessibilità .
Attenzione: non si tratta di dire “va tutto bene” quando non va bene.
Non si tratta di negare la frustrazione.
Si tratta di sviluppare flessibilità:
riconoscere l’emozione
tollerarla
non farla diventare identità
scegliere un’azione coerente con i propri valori
La differenza non è tra chi cade e chi non cade.
È tra chi, cadendo, si dice:
“Sono sbagliato.”
e chi riesce a dirsi:
“È difficile. Ma posso gestirlo.”
Forse la domanda giusta non è: “Perché succede?”
Ma:
Cosa sto attivando dentro di me in questo momento?
Che voce sta parlando?
Che storia sto raccontando su di me?
Sto reagendo o sto scegliendo?
Gli ostacoli sono inevitabili.
La rigidità no.
In conclusione
Non possiamo rendere il percorso lineare.
Possiamo però imparare a:
riconoscere i nostri automatismi
rallentare la reazione
allenare una voce interna più regolante
trasformare l’errore in informazione, non in sentenza


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