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FINCHÈ NON RENDI CONSCIO L'INCONSCIO, ESSO GUIDERÀ LA TUA VITA E TU LO CHIAMERAI DESTINO

  • Immagine del redattore: Giada Valmonte
    Giada Valmonte
  • 30 lug
  • Tempo di lettura: 2 min

È probabilmente la frase più famosa attribuita a Carl Gustav Jung.

Ed è anche una delle più fraintese.

Molti la interpretano come un'affermazione sul destino, sul karma o su qualche forza misteriosa che decide cosa ci accadrà.

Ma Jung stava parlando di psicologia, non di magia.

Gran parte delle nostre reazioni, delle nostre emozioni e delle nostre scelte nasce da processi che avvengono fuori dalla nostra consapevolezza. Non significa che non abbiamo libero arbitrio. Significa che è difficile essere davvero liberi quando non conosciamo ciò che ci muove.

Vediamolo con tre esempi.

Primo esempio.

Continui a innamorarti di persone emotivamente indisponibili, anche se dici di desiderare una relazione stabile e presente.

Non è necessariamente sfortuna.

Se da bambino hai imparato che l'amore era distante, imprevedibile o da conquistare, il tuo cervello potrebbe riconoscere proprio quel tipo di relazione come familiare. E ciò che è familiare viene spesso percepito come sicuro, anche quando fa soffrire.

Secondo esempio.

Quando finalmente le cose iniziano ad andare bene, trovi il modo di mandarle all'aria.

Procrastini un progetto importante.

Ti convinci all'ultimo di non esserne capace.

Oppure inizi a vedere problemi in una relazione che fino al giorno prima sembrava funzionare.

Non è perché vuoi stare male.

Può succedere perché quella nuova realtà entra in conflitto con l'immagine profonda che hai costruito di te stesso: "non valgo abbastanza", "prima o poi deluderò tutti", "non merito di essere felice".
Quando l'esperienza contraddice queste convinzioni, la mente, paradossalmente, può cercare di riportarti verso ciò che conosce meglio.

Terzo esempio.

Ti ritrovi sempre nella stessa storia.

Cambiano i partner.
Cambiano i luoghi.
Cambia il lavoro.

Ma il finale è incredibilmente simile.

Le stesse delusioni.
Le stesse dinamiche.
Le stesse ferite.

Non perché il destino ce l'abbia con te.
Ma perché esistono esperienze emotive irrisolte che tendono a ripresentarsi finché non vengono comprese e integrate. La psiche cerca continuamente una soluzione a ciò che è rimasto aperto.

È proprio questo il senso profondo della frase di Jung.

Non che siamo condannati da un destino scritto.
Ma che ciò che rimane nell'ombra continua a influenzare il nostro modo di vivere, di amare e di scegliere.

Solo quando iniziamo a osservare quei meccanismi, a dare un nome alle nostre ferite e a comprendere i nostri schemi, possiamo smettere di subirli.

Perché molte volte quello che chiamiamo destino non è altro che una storia antica che continua a ripetersi.
Finché non la riconosciamo, continuerà a scegliere al posto nostro.
 
 
 

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