top of page

Perché continuiamo a portarci dietro pesi emotivi dell’infanzia?

Immagine del redattore: Giada Valmonte
Giada Valmonte
7 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min
A volte sappiamo perfettamente che qualcosa ci fa stare male, eppure continuiamo a ripeterlo.

Ci preoccupiamo eccessivamente di deludere gli altri. Evitiamo i conflitti. Cerchiamo di tenere tutto sotto controllo. Facciamo fatica a fidarci. Ci sentiamo in colpa quando diciamo di no. Pretendiamo moltissimo da noi stessi. Oppure scegliamo, quasi senza rendercene conto, situazioni e relazioni che finiscono per farci provare emozioni già conosciute.

È facile chiedersi: “Se mi fa stare male, perché continuo a farlo?

Una possibile risposta è che alcuni modi di pensare, sentire e comportarci non sono nati per farci stare male. Al contrario: in un determinato momento della nostra vita sono stati il modo migliore che abbiamo trovato per adattarci a ciò che stavamo vivendo.

Il problema è che possiamo continuare a utilizzarli anche quando non ne abbiamo più bisogno.

Quando ciò che impariamo da bambini diventa una regola

Durante l’infanzia non impariamo soltanto come funziona il mondo. Impariamo anche chi siamo noi, cosa possiamo aspettarci dagli altri e cosa dobbiamo fare per sentirci al sicuro, accettati o amati.

Questi apprendimenti non avvengono necessariamente attraverso eventi eclatanti. Possono costruirsi lentamente, attraverso esperienze che si ripetono.

Un bambino frequentemente criticato, per esempio, potrebbe arrivare alla conclusione:

Se sbaglio, valgo meno.”

Un bambino che riceve attenzione soprattutto quando soddisfa le aspettative degli adulti potrebbe imparare:

Per essere amato devo essere bravo e non creare problemi.”

Chi cresce in un ambiente imprevedibile potrebbe sviluppare l'idea:

Devo stare sempre attento, perché da un momento all'altro potrebbe succedere qualcosa.”

E chi ha imparato che esprimere rabbia, tristezza o bisogni genera conflitto o allontanamento potrebbe concludere:

È meglio non mostrare quello che provo.

Da adulti possiamo non formulare più consapevolmente queste frasi. Eppure quelle convinzioni possono continuare a orientare il nostro modo di interpretare ciò che accade.

Il passato può continuare a influenzare il presente

Immaginiamo una persona che abbia imparato molto presto che sbagliare significa essere criticata.

Anni dopo il contesto è completamente diverso. È adulta, competente, magari circondata da persone che non reagirebbero affatto come quelle del passato.

Eppure basta commettere un piccolo errore perché si attivino ansia, vergogna e pensieri come:

“Ho fatto una figuraccia.”
“Penseranno che sono incapace.”
“Devo rimediare immediatamente.”

La situazione appartiene al presente, ma il significato attribuito a quella situazione può avere radici molto più lontane.

È uno dei motivi per cui a volte le nostre reazioni ci sembrano sproporzionate rispetto a ciò che sta realmente accadendo.

Non stiamo reagendo soltanto all'evento: stiamo reagendo anche al significato che abbiamo imparato ad attribuirgli.

Perché continuiamo a ripetere comportamenti che ci fanno soffrire?

C'è un altro meccanismo importante.

Molti comportamenti che oggi ci limitano hanno avuto, almeno inizialmente, una funzione protettiva.

Compiacere gli altri può aver permesso di evitare conflitti.
Controllare tutto può aver dato una sensazione di sicurezza.
Non chiedere aiuto può aver protetto dalla delusione.
Essere perfezionisti può aver permesso di evitare critiche.
Reprimere la rabbia può aver aiutato a mantenere una relazione importante.
Anticipare continuamente i problemi può aver dato l'impressione di essere preparati.

Queste strategie spesso funzionano nel breve periodo.

Se temo un conflitto e dico subito di sì, l'ansia diminuisce.

Se controllo dieci volte qualcosa di cui sono preoccupato, per qualche minuto mi sento più tranquillo.

Se non mostro una mia fragilità, evito il rischio di sentirmi giudicato.

Il sollievo immediato insegna al cervello: “Questa strategia funziona, rifalla.”

Ed è così che un comportamento può consolidarsi e trasformarsi in un automatismo, anche quando nel lungo periodo produce esattamente il problema che vorremmo evitare.

Quando confondiamo ciò che è familiare con ciò che ci fa bene

C'è poi un aspetto particolarmente interessante: non sempre ciò che ci è familiare coincide con ciò che è sano per noi.

Siamo naturalmente più preparati a muoverci all'interno di dinamiche che conosciamo.

Per questo una persona abituata a doversi conquistare l'affetto potrebbe sentirsi stranamente attratta da persone emotivamente poco disponibili. Chi è cresciuto occupandosi continuamente dei bisogni altrui potrebbe sentirsi egoista quando incontra qualcuno che gli chiede semplicemente di pensare anche a sé. Chi ha vissuto nell'imprevedibilità potrebbe percepire la tranquillità quasi come qualcosa di insolito.

Non perché desideriamo soffrire.

Ma perché il conosciuto è prevedibile.

E ciò che è nuovo, anche quando è migliore, porta inevitabilmente con sé una quota di incertezza.

Se smetto di comportarmi così, cosa succederà?

Cambiare significa quindi fare qualcosa di molto più complesso che comprendere razionalmente che un comportamento non ci serve più.

Significa sperimentare cosa accade quando smettiamo di seguire una vecchia regola.

Se dico di no, mi rifiuteranno davvero?

Se commetto un errore, perderò davvero la stima degli altri?

Se non controllo tutto, succederà necessariamente qualcosa di grave?

Se esprimo un bisogno, sarò davvero un peso?

Se permetto a qualcuno di avvicinarsi, finirò inevitabilmente per essere ferito?

È qui che il cambiamento passa dalla comprensione all'esperienza.

Non basta sapere da dove arriva un comportamento

Capire il proprio passato può essere molto importante, ma non significa automaticamente riuscire a comportarsi diversamente nel presente.

In psicoterapia si lavora anche per riconoscere i pensieri automatici, individuare le convinzioni più profonde che li sostengono e osservare le strategie che utilizziamo per proteggerci.

Poi, gradualmente, diventa possibile mettere alla prova quelle vecchie regole attraverso nuove esperienze.

Dire un piccolo no e osservare cosa succede.

Tollerare un errore senza cercare immediatamente di rimediare.

Esprimere un bisogno.

Lasciare qualcosa fuori dal proprio controllo.

Restare in una situazione che genera disagio abbastanza a lungo da scoprire che quell'emozione può essere tollerata.

Ogni nuova esperienza può fornire informazioni che il nostro vecchio sistema di convinzioni non aveva ancora avuto occasione di conoscere.

Lasciare andare non significa cancellare

Quando parliamo di “lasciare andare il passato” rischiamo di immaginare che guarire significhi dimenticare ciò che è accaduto o smettere completamente di esserne influenzati.

Non è questo il punto.

Il passato fa parte della nostra storia e alcuni modi di proteggerci hanno avuto un senso.

Possiamo riconoscerli senza continuare a obbedire loro.

Forse la domanda più utile, allora, non è:

“Perché sono ancora così?”

ma:

“Questa strategia mi sta proteggendo da qualcosa che esiste ancora oggi, oppure da qualcosa che ho imparato a temere molto tempo fa?”

Crescere psicologicamente significa anche questo: accorgerci che alcune regole che un tempo ci hanno aiutato a sopravvivere emotivamente non devono necessariamente diventare le regole con cui vivere tutta la nostra vita.
 
 
 

Commenti


bottom of page