A volte basta un solo evento negativo per cambiare completamente il modo in cui guardiamo la nostra vita.
Una relazione che finisce, un errore sul lavoro, un progetto che non va come speravamo, una delusione che fatichiamo a superare.
Improvvisamente, tutto ciò che è venuto prima sembra perdere valore. I momenti felici, i traguardi raggiunti, le possibilità che abbiamo ancora davanti passano in secondo piano.
È come se quell'unico evento fosse diventato la lente attraverso cui osserviamo tutto il resto.
Una giornata difficile diventa una vita difficile. Un fallimento diventa la prova di non essere abbastanza. Una relazione finita diventa la convinzione che non riusciremo mai più a essere felici.
Ma siamo davvero sicuri che una parte della nostra vita possa raccontare tutta la nostra storia?
Il marshmallow bruciato: una lezione da Hotel Transylvania
In una scena del film Hotel Transylvania: Transformania, Johnny mostra a Dracula un marshmallow bruciato.
Anziché considerarlo completamente rovinato, gli mostra che, togliendo la parte bruciata, è possibile trovare qualcosa di buono al suo interno.
Una scena apparentemente semplice, che racchiude un significato psicologico molto profondo.
Quante volte, di fronte a qualcosa che non è andato come avremmo voluto, ci comportiamo proprio come se quel marshmallow fosse completamente da buttare?
Ci concentriamo così tanto sulla parte bruciata da dimenticare che esiste anche tutto il resto.
Eppure, riconoscere ciò che è andato male non significa necessariamente dover rinunciare a tutto ciò che di buono continua a esistere.
Quando una parte diventa il tutto
In psicologia, uno dei meccanismi che può portarci a interpretare la realtà in questo modo è l'ipergeneralizzazione, una distorsione cognitiva attraverso cui tendiamo a trarre conclusioni generali a partire da uno o pochi eventi specifici.
Ad esempio, dopo aver commesso un errore, potremmo pensare: «Non sono capace di fare niente».
Dopo la fine di una relazione: «Tanto le persone prima o poi mi abbandonano».
Oppure, dopo aver attraversato un periodo particolarmente difficile: «La mia vita è un disastro».
In questi casi, non ci limitiamo a riconoscere un'esperienza dolorosa, ma rischiamo di trasformarla in una verità assoluta su noi stessi, sugli altri o sul nostro futuro.
È come se una singola pagina particolarmente dolorosa diventasse sufficiente per giudicare un intero libro.
Il problema non è riconoscere ciò che è accaduto, ma attribuirgli un significato così ampio da non riuscire più a vedere tutto il resto.
Non si tratta di fingere che vada tutto bene
A volte, quando si parla di pensiero positivo, si rischia di trasmettere un messaggio fuorviante: che per stare meglio sia necessario concentrarsi esclusivamente sugli aspetti piacevoli della vita, ignorando quelli dolorosi.
Ma non è questo il punto.
Il marshmallow è bruciato. Quella parte esiste e non possiamo fingere il contrario.
Allo stesso modo, una relazione può essere finita, un progetto può essere fallito, una persona può averci ferito profondamente.
Non dobbiamo negare ciò che è successo, minimizzare il dolore o convincerci che ogni esperienza negativa nasconda necessariamente qualcosa di positivo.
Possiamo riconoscere che qualcosa è andato male senza concludere che tutto sia andato male.
Possiamo soffrire per una relazione finita senza considerare inutili tutti i momenti felici che abbiamo vissuto.
Possiamo essere delusi da noi stessi per un errore senza trasformarlo in una definizione della nostra persona.
Possiamo attraversare un periodo difficile senza convincerci che il nostro futuro sarà inevitabilmente altrettanto doloroso.
Il dolore che proviamo è reale, ma non è necessariamente una rappresentazione completa della nostra realtà.
Imparare a guardare anche ciò che rimane
Quando viviamo un'esperienza particolarmente dolorosa, la nostra attenzione tende a concentrarsi su ciò che abbiamo perso, su ciò che non ha funzionato e su quello che avremmo voluto fosse diverso.
È una reazione comprensibile.
Tuttavia, quando questa prospettiva diventa l'unica possibile, rischiamo di perdere di vista le risorse, le relazioni e le opportunità che continuano a essere presenti nella nostra vita.
Provare ad ampliare il nostro sguardo non significa obbligarci a essere felici, ma concederci la possibilità di osservare la situazione da più punti di vista.
Potremmo allora chiederci:
Quello che è successo rappresenta davvero tutta la mia vita oppure soltanto una parte?
Sto giudicando me stesso sulla base di un singolo errore?
Ci sono aspetti della mia vita che, nonostante questa difficoltà, continuano ad avere valore?
Se una persona a cui voglio bene si trovasse nella mia stessa situazione, la giudicherei con la stessa severità con cui sto giudicando me stesso?
Queste domande non servono a cancellare il dolore, ma ad aiutarci a costruire una visione più completa ed equilibrata della nostra esperienza.
Perché, a volte, ciò che è successo è talmente doloroso da impedirci di vedere tutto ciò che continua a esistere al di fuori di quella sofferenza.
E abbiamo bisogno di tempo, comprensione e, talvolta, di un aiuto per riuscire a recuperare una prospettiva più ampia.
Una parte della tua storia non è tutta la tua storia
Non sempre possiamo recuperare ciò che abbiamo perso. Non sempre possiamo rimediare a un errore o cambiare il finale di una storia.
E non tutto ciò che si è bruciato può essere salvato.
Ma questo non significa che dobbiamo rinunciare anche a ciò che è rimasto intatto.
Una relazione finita non cancella la nostra capacità di amare. Un fallimento non annulla le nostre competenze. Un periodo di sofferenza non definisce necessariamente ciò che sarà il resto della nostra vita.
Possiamo portare con noi le cicatrici delle nostre esperienze senza permettere loro di diventare l'unica cosa attraverso cui definiamo noi stessi.
Perché ciò che ci è accaduto fa parte della nostra storia, ma non coincide necessariamente con tutto ciò che siamo, né con tutto ciò che possiamo ancora diventare.
E forse, proprio come Johnny cerca di mostrare a Dracula, a volte abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a guardare oltre quella parte bruciata.
Non per dimenticare che esiste.
Ma per ricordarci che non è tutto ciò che abbiamo.
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