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IL MONDO SI IMPARA IN FAMIGLIA

Immagine del redattore: Giada Valmonte
Giada Valmonte
4 giorni fa
Tempo di lettura: 6 min
Le convinzioni che trasmettiamo ai nostri figli, spesso senza rendercene conto, possono influenzare il modo in cui impareranno a conoscere sé stessi, gli altri e il mondo.

«Non ce la faccio.»
«Non sono abbastanza bravo.»
«È troppo difficile per me.»
«Tanto andrà a finire male.»

Quante volte abbiamo sentito un bambino pronunciare queste frasi? E quante volte, magari senza accorgercene, le abbiamo pronunciate noi stessi?

I bambini non imparano soltanto attraverso ciò che diciamo loro. Imparano osservandoci, ascoltando il modo in cui parliamo di noi stessi, assistendo alle nostre reazioni davanti alle difficoltà e cogliendo le aspettative che nutriamo nei loro confronti.

Attraverso queste esperienze iniziano a costruire una propria rappresentazione della realtà, sviluppando convinzioni su chi sono, su ciò che possono aspettarsi dagli altri e su quanto il mondo sia un luogo sicuro, prevedibile o minaccioso.

In altre parole, il modo in cui guardiamo il mondo può diventare, almeno in parte, il modo in cui i nostri figli impareranno a guardarlo.

Le convinzioni non si insegnano soltanto: si trasmettono

Immaginiamo un bambino che, mentre cerca di imparare ad andare in bicicletta, cade.
Il genitore si spaventa, corre verso di lui e gli dice: «Te l'avevo detto che era pericoloso! Lascia perdere, rischi di farti male».
Un altro genitore, di fronte alla stessa situazione, si avvicina, verifica che il bambino stia bene e gli dice: «Ti sei spaventato? È normale. Quando si impara qualcosa di nuovo può capitare di cadere. Se vuoi, possiamo riprovare insieme».
Entrambi i genitori desiderano proteggere il proprio figlio.
Eppure, le due risposte possono contribuire a costruire rappresentazioni differenti della stessa esperienza.
Nel primo caso, il bambino potrebbe iniziare ad associare la difficoltà al pericolo e sviluppare la convinzione che sia preferibile evitare ciò che non si è ancora capaci di fare.
Nel secondo, potrebbe imparare che sbagliare, cadere e provare paura non significano necessariamente essere incapaci o dover rinunciare.
Naturalmente, una singola esperienza non determina il modo in cui un bambino guarderà il mondo. È attraverso la ripetizione delle esperienze, la qualità della relazione e l'interazione con il proprio temperamento che si sviluppano progressivamente le sue convinzioni.
Ma questo esempio ci aiuta a comprendere un aspetto fondamentale: non trasmettiamo ai nostri figli soltanto ciò che pensiamo di loro, ma anche il significato che attribuiamo alle esperienze della vita.

«Non sono capace»: quando le nostre convinzioni diventano le loro

Un genitore che tende a svalutarsi continuamente, che interpreta ogni errore come un fallimento personale o che rinuncia alle proprie aspirazioni perché convinto di non essere abbastanza capace, può trasmettere involontariamente al figlio un messaggio:

«Se non riesci a fare qualcosa, significa che non sei abbastanza bravo».

Allo stesso modo, un genitore che vive il mondo come un luogo costantemente pericoloso potrebbe comunicare al bambino, attraverso le proprie reazioni, che è necessario stare sempre in guardia, che gli altri non sono affidabili o che affrontare situazioni nuove comporta rischi difficili da gestire.
Questo processo non avviene necessariamente attraverso insegnamenti espliciti.
A volte è sufficiente osservare un genitore che rinuncia sistematicamente a qualcosa per paura di sbagliare, che si critica duramente davanti allo specchio o che reagisce con eccessiva preoccupazione a ogni piccolo imprevisto.
I bambini osservano, interpretano e cercano di dare un significato a ciò che accade intorno a loro.
E, soprattutto nei primi anni di vita, le figure di riferimento rappresentano una fonte privilegiata attraverso cui comprendere come funziona il mondo.

Il ruolo delle credenze nella costruzione dell'identità

Nella psicologia cognitiva, le credenze sono rappresentazioni attraverso cui interpretiamo noi stessi, gli altri e la realtà.
Alcune sono flessibili e ci aiutano ad affrontare le esperienze quotidiane. Altre, invece, possono diventare rigide e limitanti.
Un bambino che cresce ricevendo frequentemente messaggi svalutanti potrebbe sviluppare la convinzione di non essere abbastanza capace o di non meritare apprezzamento.
Un bambino che sperimenta una protezione eccessiva potrebbe arrivare a percepirsi come fragile e incapace di affrontare autonomamente le difficoltà.
Al contrario, un bambino che viene incoraggiato a esplorare, a sperimentare e a riconoscere le proprie risorse, all'interno di una relazione sufficientemente sicura, ha maggiori opportunità di sviluppare fiducia nelle proprie capacità.
Questo non significa che un genitore debba ripetere continuamente al proprio figlio che può fare qualsiasi cosa.
Significa, piuttosto, aiutarlo a costruire una rappresentazione realistica e flessibile di sé.

«Non riesco a farlo» può diventare «Non riesco ancora a farlo».

«Ho sbagliato, quindi non sono capace» può diventare «Ho sbagliato, ma posso imparare».

«Ho paura, quindi devo rinunciare» può diventare «Ho paura, ma posso provare ad affrontare questa situazione un passo alla volta».

Non si tratta di convincere un bambino che tutto sia possibile, ma di aiutarlo a comprendere che una difficoltà non definisce necessariamente il suo valore o le sue capacità.

I figli non hanno bisogno di genitori senza paure

A questo punto, potrebbe sorgere una domanda:

«Se mio figlio assorbe le mie convinzioni, devo cercare di non mostrargli mai le mie paure o le mie insicurezze?».

Assolutamente no.

I bambini non hanno bisogno di genitori perfetti, sempre sicuri di sé, capaci di affrontare qualsiasi situazione senza provare paura, rabbia o tristezza.
Hanno bisogno di adulti che possano mostrare loro come si affrontano queste emozioni.
Un genitore che dice «Questa situazione mi spaventa, ma posso cercare di capire come affrontarla» offre al figlio un modello molto diverso rispetto a chi nasconde sistematicamente le proprie difficoltà o lascia che siano sempre queste ultime a guidare le proprie scelte.
Allo stesso modo, un genitore che riconosce di aver commesso un errore e riesce a chiedere scusa insegna qualcosa di importante: sbagliare non significa perdere il proprio valore e le relazioni possono essere riparate.
Non è necessario eliminare le proprie fragilità per crescere un bambino emotivamente sicuro.
È importante, piuttosto, imparare a riconoscerle e a gestirle, evitando che diventino automaticamente i confini entro cui anche nostro figlio dovrà muoversi.

Quando proteggere significa anche lasciare andare

Talvolta, ciò che limita maggiormente un bambino nasce proprio dal desiderio di proteggerlo.
Un genitore che ha vissuto esperienze dolorose potrebbe cercare di impedire al figlio di attraversare situazioni simili.
Chi ha sofferto per un fallimento potrebbe desiderare che il proprio bambino non sperimenti mai la delusione.
Chi è stato ferito nelle relazioni potrebbe insegnargli, anche involontariamente, a diffidare degli altri.
Sono reazioni comprensibili, spesso motivate dall'amore e dal desiderio di evitare ai propri figli la sofferenza.
Eppure, proteggere non significa necessariamente impedire ogni esperienza dolorosa.
Significa anche offrire al bambino gli strumenti per affrontare le difficoltà, tollerare la frustrazione, riconoscere i pericoli reali e sviluppare progressivamente autonomia.
Un bambino non ha bisogno di credere che il mondo sia sempre sicuro o che le persone non possano ferirlo.
Ha bisogno di sapere che, anche quando qualcosa andrà storto, potrà cercare risorse, chiedere aiuto e imparare ad affrontare ciò che accade.

Il nostro compito non è costruire un mondo in cui i nostri figli non incontreranno mai ostacoli, ma aiutarli a sviluppare la fiducia necessaria per imparare ad attraversarli.

Quali convinzioni stiamo trasmettendo ai nostri figli?

Forse, prima di chiederci cosa vorremmo insegnare ai nostri figli, dovremmo fermarci a osservare ciò che abbiamo imparato noi.
Quali messaggi abbiamo ricevuto durante la nostra infanzia?
Ci è stato insegnato che sbagliare è una parte naturale dell'apprendimento oppure che commettere un errore significa deludere qualcuno?
Abbiamo imparato che possiamo chiedere aiuto oppure che dobbiamo sempre cavarcela da soli?
Ci è stato permesso di esprimere le nostre emozioni oppure abbiamo imparato a nasconderle per non essere giudicati?
Molte delle convinzioni che oggi guidano il nostro comportamento si sono sviluppate proprio all'interno delle nostre prime relazioni.
E alcune di queste, se non riconosciute, rischiano di essere trasmesse alle generazioni successive.
Non perché desideriamo farlo, ma perché tendiamo a interpretare la realtà attraverso schemi che ci sono diventati familiari.
Diventare consapevoli di queste convinzioni ci offre la possibilità di interrogarle, metterle in discussione e, quando necessario, modificarle.
Non possiamo scegliere tutte le esperienze che i nostri figli vivranno, né determinare completamente il modo in cui interpreteranno il mondo.
Possiamo però cercare di offrire loro una relazione in cui sentirsi accolti, incoraggiati e liberi di sviluppare un proprio modo di pensare.
Perché, in fondo, crescere un figlio non significa insegnargli a vedere il mondo esattamente come lo vediamo noi.
Significa accompagnarlo mentre impara a guardarlo con i propri occhi, senza che le nostre paure diventino necessariamente anche le sue.
E forse, nel tentativo di aiutare i nostri figli a costruire una maggiore fiducia in sé stessi, potremmo scoprire che alcune delle convinzioni che abbiamo sempre considerato vere meritano di essere rimesse in discussione anche dentro di noi.
 
 
 

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