Chi non ha mai desiderato, almeno una volta, di poter cancellare un ricordo?
Una relazione finita.
Un tradimento.
Una perdita.Una delusione.
Una scelta che, tornando indietro, avremmo voluto fare diversamente.
Quando qualcosa ci fa molto male, è naturale desiderare di non pensarci più. Vorremmo poter eliminare quella persona dalla nostra testa, dimenticare ciò che è successo e soprattutto smettere di provare quello che proviamo.
Come se guarire significasse riuscire, finalmente, a non sentire più niente.
Il film Se mi lasci ti cancello porta questo desiderio alle estreme conseguenze: e se esistesse davvero un modo per cancellare dalla memoria una persona e, insieme a lei, tutto il dolore che ci ha provocato?
Joel e Clementine, dopo la fine dolorosa della loro relazione, decidono di sottoporsi a una procedura che permette di eliminare i ricordi che hanno l'uno dell'altra.
Sembra la soluzione perfetta: se il ricordo fa male, basta cancellarlo.
Eppure, mentre i suoi ricordi vengono progressivamente eliminati, Joel si accorge di qualcosa: insieme alle discussioni, alle incomprensioni e alla sofferenza stanno scomparendo anche i momenti belli. Le risate, l'intimità, le piccole cose condivise. Una parte della sua vita.
E allora prova disperatamente a salvare Clementine, nascondendola negli angoli più remoti della propria memoria.
Perché non possiamo cancellare selettivamente ciò che ci ha fatto soffrire senza toccare anche ciò che quella stessa esperienza ha significato per noi.
Il dolore non è un errore da eliminare
Quando soffriamo tendiamo spesso a considerare il dolore come qualcosa che non dovrebbe esserci.
Cerchiamo di allontanarlo, distrarci, non pensarci, riempire le giornate, evitare luoghi, fotografie, canzoni o conversazioni capaci di riattivarlo.
Il problema è che guarire non significa cancellare.
In psicoterapia l'obiettivo non è costruire una vita nella quale non proveremo più tristezza, paura, rabbia o nostalgia. Le emozioni dolorose fanno parte della nostra esperienza proprio perché qualcosa, per noi, ha avuto valore.
Soffrire per la fine di una relazione, ad esempio, non significa necessariamente che quella relazione dovesse continuare. E continuare a provare qualcosa per una persona non significa necessariamente dover tornare con lei.
Significa, più semplicemente, che quella persona e quella storia hanno avuto un significato.
Possiamo sapere razionalmente che una relazione è finita e sentire comunque la sua mancanza. Possiamo riconoscere che qualcuno ci ha fatto soffrire e conservare ricordi felici. Possiamo scegliere di andare avanti e, contemporaneamente, provare nostalgia.
Non è una contraddizione. È il modo complesso in cui funzionano i legami.
Dimenticare non è la stessa cosa che elaborare
Cancellare un'esperienza significherebbe perdere non soltanto ciò che ci ha ferito, ma anche ciò che abbiamo imparato attraversandola.
Le esperienze dolorose possono modificare il modo in cui guardiamo noi stessi, gli altri e le relazioni. Possono mostrarci quali sono i nostri bisogni, quali limiti non vogliamo più oltrepassare, cosa desideriamo da un rapporto e cosa invece non siamo più disposti ad accettare.
Elaborare significa riuscire a integrare ciò che è accaduto nella propria storia senza permettere che continui a governare il presente.
Il ricordo rimane, ma cambia il nostro rapporto con quel ricordo.
Possiamo pensarci senza esserne travolti. Possiamo raccontarlo senza riviverlo ogni volta con la stessa intensità. Possiamo riconoscere ciò che abbiamo perso senza sentire che, insieme a quella perdita, sia finita anche una parte di noi.
Il tempo, da solo, non cancella necessariamente il dolore. Ma il dolore può trasformarsi.
Possiamo amare qualcosa che ci ha fatto soffrire?
È forse una delle intuizioni più interessanti del film.
Alla fine Joel e Clementine scoprono anche gli aspetti peggiori della loro relazione, i difetti reciproci, le accuse, le cose che li avevano feriti. Non ricevono la promessa che questa volta andrà necessariamente bene.
Eppure scelgono di provare.
Non perché l'amore vinca sempre o perché ogni relazione debba essere salvata. Sarebbe una conclusione troppo semplice, e anche pericolosa.
Il punto è un altro: qualcosa non deve essere perfetto per essere stato importante.
Una relazione può essere finita ed essere stata autentica.
Una persona può averci ferito ed essere stata importante per noi.
Un periodo della nostra vita può essere stato doloroso e averci comunque lasciato qualcosa.
Accettare questa ambivalenza è spesso molto più difficile che dividere la nostra storia in ciò che è stato "bello" e ciò che è stato "sbagliato".
Quindi, è possibile cancellare il dolore?
Forse la domanda più utile non è «come faccio a non sentire più niente?», ma:
«Come posso fare spazio a ciò che è successo senza lasciare che continui a definire la mia vita?»
Guarire non significa arrivare al punto in cui quella persona, quella perdita o quell'esperienza non ci fanno più assolutamente nulla.
A volte una canzone continuerà a riportarci lì. Una fotografia farà stringere lo stomaco. Un luogo farà riaffiorare una versione di noi che pensavamo di aver dimenticato.
La differenza è che, con il tempo e con l'elaborazione, quel ricordo può smettere di essere un posto nel quale restiamo intrappolati e diventare semplicemente un luogo della nostra storia.
Non dobbiamo cancellare ciò che abbiamo vissuto per poter andare avanti.
Possiamo ricordare senza voler tornare.
Possiamo sentire la mancanza senza rincorrere.
Possiamo aver amato qualcuno e scegliere di non averlo più nella nostra vita.
Possiamo portare con noi una cicatrice senza continuare ad avere una ferita aperta.
Forse è proprio questo che Se mi lasci ti cancello racconta così bene: non sempre abbiamo bisogno di dimenticare per smettere di soffrire. Abbiamo bisogno di riuscire a ricordare senza perderci ogni volta dentro quel ricordo.
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