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NON PERMETTERE A NESSUNO DI DIRTI CHE NON PUOI FARCELA

  • Immagine del redattore: Giada Valmonte
    Giada Valmonte
  • 22 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

In questa scena di "La ricerca della felicità", il padre parla.
Ma è la sua ferita a rispondere.

Chris Gardner guarda suo figlio mentre gioca a basket. Gli dice che probabilmente non diventerà mai un grande giocatore, che è meglio non farsi illusioni. Poi si ferma. Si corregge. Torna indietro.
E pronuncia una delle frasi più celebri del film:

Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa. Neanche a me.

A un primo livello, questa scena parla di incoraggiamento, di sogni, di resilienza.
Ma se la osserviamo più da vicino, emerge qualcosa di più sottile e più umano.

Chris non sta solo parlando a suo figlio.
Sta parlando dal punto esatto in cui lui stesso è stato ferito.


Il primo messaggio che Chris trasmette è prudente, quasi disilluso: “Non sei portato. È meglio essere realistici.”
È una frase che non nasce dalla cattiveria, ma dalla paura.

Paura che il figlio soffra.
Paura che si illuda.
Paura di rivedere in lui le proprie aspettative infrante.

Quante volte, come adulti, facciamo lo stesso?

  • Ridimensioniamo i sogni dei bambini
  • Li invitiamo a “tenere i piedi per terra”
  • Li proteggiamo dal desiderio, più che dal fallimento

Non perché non crediamo in loro, ma perché non crediamo più che il mondo sia un posto sicuro per desiderare.


Il momento più potente della scena non è il discorso motivazionale finale.
È l’istante prima.
Quando Chris si rende conto che ciò che sta dicendo al figlio non riguarda davvero il figlio, ma la sua storia, la sua frustrazione, i suoi fallimenti.
È un momento di rara lucidità:
la ferita smette di guidare automaticamente la relazione.

E per un attimo, l’adulto riesce a distinguere:

  • Questo è mio
  • Questo è suo

È lì che avviene il cambiamento.


Quella frase – “Se hai un sogno, devi proteggerlo” – non cancella la sofferenza di Chris.
Non la risolve.
Ma interrompe una catena.

È il tentativo, imperfetto ma autentico, di non consegnare al figlio lo stesso copione emotivo:
quello in cui sperare è pericoloso, desiderare è ingenuo, puntare in alto è destinato a deludere.

Ed è questo che rende la scena così potente:
non la perfezione del messaggio, ma l’umanità del passaggio.

Forse è per questo che ci commuove così tanto.

Perché, in fondo, non parla solo di un padre e di un figlio.
Parla di tutti quei momenti in cui:
  • ci accorgiamo di stare reagendo dal nostro passato
  • sentiamo che la nostra ferita sta prendendo la parola
  • e, anche solo per un attimo, proviamo a fare qualcosa di diverso

Non sempre ci riusciamo.
Ma quando succede, anche in modo imperfetto, qualcosa cambia davvero.


 
 
 

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