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Quando l’identità “senza paura” crolla

  • Immagine del redattore: Giada Valmonte
    Giada Valmonte
  • 9 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Per tutta la vita, il Gatto ha costruito un’identità basata sull’essere invincibile:
senza paura, leggendario, autosufficiente.

È così che si è raccontato al mondo.
Ed è così che ha imparato a stare in relazione: contando solo su sé stesso, negando la vulnerabilità, trasformando il coraggio in una corazza.

Ma quando la minaccia diventa reale — quando la Morte smette di essere un’idea astratta e si presenta come qualcosa di inevitabile — il suo sistema nervoso va in overload.

Il corpo prende il comando.
La sicurezza costruita sull’onnipotenza si sgretola.

Quando ignorare la paura non ci rende forti

Molti di noi fanno esattamente la stessa cosa.

Cresciamo convincendoci che:

  • avere paura sia una debolezza
  • fermarsi sia un fallimento
  • chiedere aiuto significhi non farcela

Impariamo a ignorare la paura, a tenerla sotto controllo, a non ascoltarla.
Ma il sistema nervoso non funziona così.

La paura non riconosciuta non scompare.
Si sposta.

E spesso si trasforma in sintomi fisici:

  • tachicardia
  • respiro corto
  • tensione costante
  • senso di impotenza

Non perché “c’è qualcosa che non va in noi”,
ma perché il corpo sta dicendo ciò che la mente ha imparato a non dire.

L’illusione dell’autosufficienza

L’identità del Gatto è costruita su un’idea molto diffusa anche tra gli adulti:
se non ho paura, allora sono forte.

Ma quella forza, quando non contempla la vulnerabilità, è fragile.
Regge finché tutto è sotto controllo.
Crolla quando l’evento supera le risorse disponibili.

Il Gatto ha imparato a funzionare così: mostrandosi sempre sicuro, brillante, invulnerabile per non sentire il limite, la perdita, la dipendenza.

Quando però la minaccia diventa inevitabile, quella modalità non basta più.

Ed emerge ciò che era stato tenuto lontano per anni:
la paura.

Fermarsi non è arrendersi

C’è un passaggio cruciale in questa storia:
il Gatto si ferma. Respira. Si rende conto di avere paura.

Ed è proprio lì che inizia il cambiamento.

Non quando combatte.
Non quando dimostra di essere ancora “leggendario”.
Ma quando ammette di non farcela da solo.

Questo è un punto fondamentale: la regolazione emotiva non passa dal controllo, ma dal riconoscimento.

Ammettere la paura come atto di libertà

Se oggi ti senti sopraffatto, stanco, in allerta costante, forse non è perché sei debole.
Forse è perché hai retto troppo a lungo.

Persino un eroe leggendario ha avuto bisogno di fermarsi e respirare.
Non per diventare meno forte,
ma per diventare più umano.

Ammettere di avere paura non significa esserne schiavi.
Significa smettere di combatterla da soli.

Ed è spesso da lì che comincia la vera sicurezza:
non quella che nega la fragilità,
ma quella che sa stare con ciò che fa paura.
 
 
 

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